Lo vidi arrivare in sella a un cavallo che sembrava trascinarsi da troppi anni, mentre il cielo diventava scuro come cenere inumidita dall’acqua. Non c’era vento, eppure la polvere dietro di lui si alzava lo stesso, come per scansarlo. Scese dalla sella con la lentezza di chi ha smesso da tempo di avere fretta, si tolse il cappello e si passò una mano tra i capelli lunghi e incrostati. Era zuppo. Eppure non pioveva, né in città né fuori.
Avevo diciassette anni, lavoravo alla pompa di benzina vicino alla statale. Lo osservai dalla finestra per cinque minuti pieni. Non faceva niente, non guardava niente e nessuno. Restava lì, in attesa che il paese si accorgesse di lui. Poi si incamminò verso la locanda abbandonata, la Taberna de los Tres Cielos, quella che non apriva più da quando don Santiago aveva sparato in testa a sua moglie con la doppietta da caccia. Nessuno ci metteva piede da anni, a parte qualche ubriacone troppo gonfio per camminare oltre.
«È tornato,» disse una voce dietro di me. Era Mateo, il meccanico, con le mani nere d’olio e lo sguardo ancora più scuro. «Spero di non essere io.»
Non risposi, rapito com’ero da quella figura, ignota e fonte di paura. Un tuono lontano mi fece sbattere le palpebre.
«Speri di non essere cosa?» chiesi a Mateo.
Mi accorsi solo in quel momento che si era avvicinato a me. Il suo naso quasi poggiato sul vetro sporco della finestra.
«Ogni volta che quel bastardo mette piede in un posto, qualcuno muore.»
Si grattò il mento macchiandolo di olio. Aprii la bocca per dirglielo ma mi fermai subito, sentivo che in quel momento non era importante. Mateo fece scendere lentamente le mani alla vita, memoria motoria degli anni in cui, insieme al padre, passava le domeniche sparando a barattoli di latta o scriccioli inconsapevoli. Cinturone, pistola, whisky fatto in casa.
«Se solo fossi sicuro che non verrebbe a cercarmi anche da morto, gli pianterei una pallottola in fronte. Cane bastardo.»
Mateo era un ragazzone abituato a risolvere gli alterchi con le mani, non aveva paura di niente e di nessuno. Quel giorno, per la prima volta, lo vidi tremare.
Il giorno dopo, piovve. Non era il solito temporale di stagione. Era una pioggia lenta, insistente, come dosata da un metronomo. Nessuna nuvola ad accompagnarla, viaggiava da sola, come stesse cadendo da una perdita dal soffitto del cielo. Eppure, nel resto della valle, il tempo era secco. Lo dissero alla radio. Qualcuno piangeva germogli mai fioriti.
«Temporale localizzato sopra San Gerardo del Agua. Nessun rovescio previsto altrove.»
Ripensai a quella figura vista il giorno prima, ai suoi vestiti logori e zuppi. Io non ci credevo a quella storia del forestiero maledetto. Cresciuto tra rottami e sigarette, con un padre fuggito e una madre che annegava nel vino, non avevo tempo per le leggende. Quella mattina mi svegliai e uscii. Mi ritrovai, senza volerlo, a passare davanti alla Taberna. Lui stava seduto sul portico. Fumava un sigaro bagnato che non faceva fumo, sembrava un pezzo di legno raccolto sotto uno strato di muschio umido. Le mani erano lunghe, ossute. La pelle era bianca come il latte, eccezion fatta per le nocche, rosse. Gli occhi, che non dimenticherò mai, sembravano di vetro. Vetro velato da gocce di pioggia asciugate dal sole. Era immobile, come se il solo vivere fosse uno sforzo troppo grande. Mi concentrai sul suo petto, in cerca di un alito di vita, ma persino quello sembrava inanimato. Mi guardò. In quel momento sentii la pioggia diventare più fitta e le gocce ingrossarsi. Continuai a camminare, ma qualcosa mi seguiva.
Quella sera, la voce corse più veloce dell’acqua lungo il letto del fiume Mooney. Carlos Del Rio, il macellaio, era morto. Lo avevano trovato immerso nella vasca dei maiali. Gli occhi ancora aperti, a fissare il cielo da sotto un velo d’acqua tinta di rosa. Sembrava se ne fosse andato cercando aiuto tra le stelle. I suoi animali, i maiali, stavano iniziando a mostrare interesse per il suo corpo esanime, quando la moglie lo trovò.
«È iniziata,» disse Mateo, mentre stringeva i pugni unti tra le pieghe del grembiule. «Lui non si è mosso dalla Taberna, come sempre. Ma qualcuno è morto lo stesso. È sempre così.»
La gente si chiuse in casa, come occhi contro il sole. Le donne pregavano, gli uomini smontavano, oliavano e riassemblavano le loro armi. Chi non aveva abbastanza soldi per permettersi una pistola o un fucile, affilava coltelli e forconi. Non si vedevano più bambini per le strade. Un uomo, un solo uomo, e la città divenne silenzio. Io tornai alla Taberna. Non so bene il perché, ma la curiosità vinse sulla paura.
Il secondo giorno, la pioggia ci conquistò. Entrò nelle cantine, si insinuò sotto le porte, inzuppò i vestiti, fece marcire il fieno e prese in ostaggio i pensieri dell’intera comunità. Non riuscivo a smettere di pensare ai suoi occhi, a quel suo sigaro bagnato. Non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine ferma di quell’uomo che senza alzare un dito stava terrorizzando un’intera cittadina. Tutto finirà quando se ne andrà? Sia la pioggia che la morte lo seguiranno?
Andai da lui. Stava ancora sul portico. Sigaro, pioggia, silenzio. Sembrava scolpito nella pietra da scalpellate grezze. Mi fermai a pochi passi da lui e ingoiai la paura.
«L’hai ucciso tu?»
Lui alzò lo sguardo, piano, in un attimo che sembrò una vita intera. Occhi di vetro.
«Io non mi sono mosso da qui, ragazzo.»
Era la prima volta che sentivo la sua voce. Era esattamente come me la sarei aspettata, secca come l’aria prima della pioggia.
«Allora perché succede? Le persone dicono che ogni volta che arrivi, qualcuno muore.»
Lo guardai. Avevo voglia di urlargli contro, di prenderlo per il collo e spingerlo fino all’interno della Taberna. Ma ero debole, ero secco anche io.
«Tu porti morte e pioggia. Vattene, ferma tutto o vattene.»
Lui mi guardò.
«Nessuno può fermare la pioggia. Niente che cada dall’alto può essere fermato.»
Lo guardai dritto negli occhi, il vuoto del suo sguardo mi fece perdere l’equilibrio. Mi appoggiai al portico, inspirai profondamente per fermare la testa che aveva preso a girare. Mise il sigaro in bocca e masticando le parole aggiunse:
«Io arrivo. Questo è tutto quello che faccio. Poi è la pioggia a decidere.»
Quella notte sognai una cosa che non avevo mai sognato prima. Un fiume d’acqua scura scendeva dalla montagna. Sotto il suo lenzuolo era pieno di volti. Avevano la bocca chiusa e gli occhi aperti. Sembravano sereni, si lasciavano trasportare, come se sapessero dove stavano andando. Poi vidi lui, il forestiero. Era inginocchiato accanto al letto del fiume, una mano immersa per metà nell’acqua. La rialzò, e ciò che vidi mi lasciò perplesso. Nemmeno una goccia cadde dalle sue dita. Lui aveva portato l’acqua, ma l’acqua non poteva toccarlo. All’interno del fiume, le facce iniziarono a sciogliersi.
Mi svegliai con le mani bagnate. Pensai che fosse sudore, ma la fronte e il resto del mio corpo erano perfettamente asciutti.
Il terzo giorno, il paese intero cominciò a marcire. Le strade erano diventate un mare di fango, le case sembravano piangere enormi gocce di umidità dalle finestre, i vestiti conservati negli armadi iniziarono a puzzare di muffa. La pioggia cadeva con la regolarità di un respiro. Tutto era bagnato. Tutto, tranne lui.
Lo trovai, come sempre, seduto sulla sedia sgangherata del portico. Il sigaro stretto tra i suoi denti fumava, eppure nessuna brace. Questa volta mi avvicinai di più, mi sedetti accanto a lui. Non mi chiese perché. Passarono dieci minuti così, senza che nessuno parlasse. Solo l’acqua sui tetti a coprire gran parte del rumore dei miei pensieri.
«Qual è il tuo nome?» chiesi.
«Non ha importanza. Non più.»
«Ma ne avrai pur avuto uno.»
Lui inspirò come se stesse cercando di riportarlo a galla dal fondo di un pozzo.
«La mia famiglia mi chiamava Joaquín. Tanto tempo fa.»
«E adesso?»
«Adesso nessuno mi chiama più. Adesso arrivo. Adesso porto la pioggia.»
Nei giorni seguenti cercai di parlare con chiunque sapesse qualcosa. Padre Estevez mi raccontò una storia, sottovoce, come se avesse paura che nostro Signore potesse sentirlo.
«Una volta, molti anni fa, durante una siccità, un uomo salì in cima al Monte de los Cuervos. Offrì qualcosa. Nessuno sa cosa. Ma il giorno dopo, piovve. Per quaranta giorni.»
Si segnò la croce sulla fronte.
«Poi vennero le morti. Una al giorno. Quaranta in tutto. Alla fine, lui sparì.»
Non mi disse il nome, non serviva. Quando tornai da Joaquín, non era più solo. Una bambina del villaggio, Lucía, stava seduta accanto a lui. Guardava la pioggia, felice, come in un gioco. Le gambe a sporgere oltre il portico, i piedini immersi in una grossa pozzanghera. L’acqua al suo interno, nonostante il fango della strada, era assolutamente limpida. Mi avvicinai in fretta.
«Cosa ci fa lei qui?»
«Mi fa compagnia,» disse Joaquín.
Lucía si voltò.
«Dice che la pioggia non è cattiva. È solo… triste.»
«Va’ via da qui,» le dissi.
Le porsi la mano per portarla via. Lei mi guardò, sorrise, e ignorando la mia mano tornò a sollevare enormi schizzi d’acqua agitando i piedi.
«Non salvi chi non te lo chiede» mi disse lui, senza voltarsi.
Quella notte, sotto il rumore tambureggiante della pioggia che sbatteva sui tetti di lamiera, un colpo più forte, solitario, echeggiò accanto alla casa di Mateo. Si era sparato. Lo trovarono sul retro, poco oltre la soglia. Una mano stringeva la pistola, l’altra ancora chiusa sul rosario. Era completamente asciutto, la pioggia non lo aveva toccato.
Il giorno dopo andai alla Taberna, portai con me un coltello. Avevo deciso. Lo avrei cacciato, o ammazzato. Pensavo che fosse l’unico modo per fermare tutto, fermare tutto prima che la pioggia portasse via qualcun altro. Quando arrivai, sembrava che lui mi stesse già aspettando. Era in piedi.
«Sei venuto per uccidermi, Elia?»
Non glielo avevo mai detto, il mio nome.
«Se ti ammazzo, se ne va anche la pioggia? Le persone smetteranno di morire?»
I miei vestiti erano pregni d’acqua e pesanti, il mio volto asciutto. Sentii del sale sulle mie labbra. Stavo piangendo.
«Se mi ammazzi, la pioggia seguirà qualcun altro. Non c’è modo di fermarla, ricordi? Potrebbe seguire Lucía, un contadino del paese. Oppure…»
Si fermò. Mi fissò e di nuovo sentii la testa girare. Questa volta evitai di reggermi al portico.
«…forse ha già scelto.»
In quel momento sentii un nodo stringersi in fondo allo stomaco. Non vedevo mia madre da ore. Corsi a casa.
Quando arrivai a casa trovai tutto aperto. La porta, il cancello, le finestre. Tutto spalancato come se il vento avesse deciso di abitare lì. Ma non c’era vento. Solo acqua. Acqua ovunque. Gridai il nome di mia madre, ma non ottenni risposta. Solo il rumore della pioggia che batteva sulle stoviglie, sulle sedie, sulle foto incorniciate alle pareti. Sembrava che la pioggia nascesse dentro casa, da ogni punto e angolo, arrivava da tutte le direzioni.
La trovai in cucina, seduta a terra, la schiena contro il camino spento, un coltello tra le mani. Non si era ferita, ma tremava.
«Sta cercando te,» sussurrò.
«Chi?»
Lei alzò lo sguardo.
«La pioggia. La sento gridare il tuo nome. Dentro la testa.»
Le strappai via il coltello dalle mani e la portai a letto. Capii che non era comunque al sicuro. Probabilmente nessuno lo era, in paese.
Tornai da Joaquín. Ero troppo spaventato e stanco per minacciarlo ancora. Volevo solo capire.
«Cos’hai fatto?» gli chiesi.
Lui chiuse gli occhi e portò il sigaro alla bocca.
«Quando hai fame, fame davvero, faresti di tutto per un pezzo di pane. Rubare, truffare, tradire.»
Mise una mano in tasca, estrasse una scatola di fiammiferi e ne accese uno. Osservò la fiammella arrivare fin quasi alla fine del legnetto, fino a bruciargli le dita. Sorrise. Accese il sigaro, che per la prima volta da quando lo vidi, avvampò.
«Quando però ad avere fame è tua figlia, quando la vedi contorcersi dal dolore perché lo stomaco inizia a stringersi… saresti disposto a prendere il posto del diavolo.»
Inspirò, forte, come se stesse cercando il coraggio dentro al guscio di una lumaca.
«Ero povero, la mia terra arida. Non c’era altro che polvere. Salii sul Monte de los Cuervos e chiesi a Dio, un qualsiasi Dio, che piovesse. Sentii di non essere da solo, ma non so dare un nome a ciò che in quel momento viveva al mio fianco. Ma questa… cosa, rispose. Da allora, non smise più di rispondere.»
«E cosa vuole da te?»
«Una vita. Una vita al giorno, per quaranta giorni, ovunque io vada. Una vita per calmare la sete.»
«E tu… tu lo accetti?»
«Non ho scelta. Se me ne vado prima, la pioggia resta. E lava tutti, tutto. Non resta nulla del paese in cui decide di abbattersi.»
Tacque. Poi aggiunse:
«Io sono una diga. Tengo a bada la tempesta.»
Il fiume Mooney era in piena. Mai successo, a sentir gli anziani del paese. La scuola chiuse. Le donne e i bambini si rifugiarono in chiesa. Qualcuno cercò di dare fuoco alla Taberna, ma l’acqua spense ogni tentativo.
Io sognai di nuovo. Un deserto. In mezzo, Joaquín in ginocchio, con gli occhi chiusi. Davanti a lui, una creatura fatta solo di acqua, alta come un albero. Senza volto. All’interno della sua figura sembravano muoversi correnti d’aria che arrivavano da ogni parte, lampi pulsavano al ritmo del suo… cuore? Parlava, ma la sua bocca era chiusa. Sentivo le sue parole dentro la mia testa.
«Tu sarai il prossimo, se lo scegli.»
Mi svegliai urlando. Fuori pioveva forte. Sentivo il rumore delle gocce che arrivava dal tetto, ma era più forte del solito. Trattenni il respiro e mi accorsi che il rumore arrivava da molto più vicino. Sentivo gocce sbattere anche dentro di me, nel petto, in testa, tra le ossa. La pioggia bussò. Chiamò. Riempì.
L’ultima volta che vidi Joaquín stava scrivendo qualcosa su un pezzo di carta, seduto al suo solito posto. Mi avvicinai.
«Non puoi portarla con te, stavolta. Non lascerò che prenda mia madre.»
Lui non rispose, continuò a scrivere. Mi porse un foglio, c’era scritto: “Se vuoi fermarla, devi lasciarla entrare.”
Ci pensai tutta la notte. Se vuoi fermarla, devi lasciarla entrare.
Ero ancora spaventato, ma iniziavo a sentire la calma che arriva dopo ogni tempesta. Mentre il cielo grondava e le pareti della mia stanza sudavano, capii che quelle parole non erano un invito o una richiesta. Erano un ordine.
La mattina dopo, la Taberna era vuota. Joaquín se n’era andato. Sul portico restava solo la sua sedia, un sigaro spento e la pioggia. Mi guardai attorno. Il paese era ancora nascosto e muto, in attesa, come un animale impaurito. Andai fino al fiume e lo trovai lì. Joaquín era nudo, immerso nel fiume, le braccia aperte, così come i palmi delle mani, rivolti verso l’alto. Nonostante la corrente, il suo corpo era immobile, sembrava ancorato al fondale. Mi avvicinai.
«È il mio turno, vero?»
Lui non rispose, accennò un sorriso.
«Se andrò via, tutto tornerà come prima, qui?»
«Qui? Qui sì, Elia, qui tornerà tutto come prima. Tua madre vivrà. A lungo. La gente tornerà per le strade, i raccolti saranno abbondanti e tutto sarà splendido. Ma la pioggia verrà con te. Ti seguirà ovunque tu andrai. E allora sarà morte. Morte e pioggia.»
Lo guardai, poi guardai giù. L’acqua correva veloce, scura, come nel mio sogno. La pioggia si era fermata.
«E se io restassi?»
Un tuono, secco, come un colpo di mortaio. Alzai lo sguardo al cielo e una goccia mi colpì la fronte. Tornai con gli occhi al fiume. Lui non c’era più.
La gente riprese a riempire le strade. Germogli verdi e forti iniziarono a spuntare sui rami degli alberi e tra le zolle dei campi. Tutti, in paese, dissero che il forestiero era partito. Alcuni che era morto. Dio li aveva salvati, perché questa volta il paese ne era uscito dopo pochi giorni e poche vite. Qualcuno si azzardò a dire che si era trattato di una pura casualità, che era arrivato il momento che gli anziani la smettessero con le loro favole per spaventare i bambini.
Io restai qualche giorno chiuso in casa. Mia madre non ricordava nulla della notte in cui la trovai seduta, con un coltello in mano, tremante. Pensai anche di essermi sognato tutto, ma una mattina uscii di casa e andai in mezzo ai campi. Era una giornata di sole, nemmeno una nuvola in cielo. Alzai gli occhi e le palpebre si chiusero per la troppa luce. Sentii quattro gocce colpirmi il viso, pesanti come sassi. Una sulla fronte, una sul mento. Due sulle guance. Sapevo da dove arrivavano, sapevo chi le mandava. Sapevo che sarei dovuto partire subito, e che non sarei mai più tornato a casa.