Non ricordavo più quando avevo cominciato a dire di sì. Mi sembrava di farlo da sempre. Per me era più facile scostarmi un po’ di lato, lasciare spazio, non creare attrito. Alcune persone entravano in una stanza e si facevano posto, io entravo e mi facevo piccolo. Era la forma che mi apparteneva e mi lasciava vivere meglio. All’inizio erano cose minuscole che non mi toglievano nulla. Uno voleva passare in coda e io cedevo il passo, una voleva sedersi e io mi alzavo. Qualcuno non aveva abbastanza soldi e io dicevo che poteva prendere i miei, prego, insisto. A volte dicevano grazie, a volte nemmeno quello. Ogni volta, subito dopo, sentivo un calore nella pancia, come quando tutto è al posto giusto. Mi piaceva anche un’altra cosa, mi piaceva quando qualcuno mi guardava di sbieco e diceva a un altro, sottovoce, che ero gentile. Lo dicevano piano ma io lo sentivo, quelle due parole mi restavano addosso fino alla sera, come una sciarpa calda e profumata in cui affondare il viso quando c’è freddo. Mi stendevo sul letto e ci pensavo. Gentile, buono. Parole piene di gusto, che riempivano. Dentro me le ripetevo finché non mi addormentavo, alimentando il mio appetito.
La stanza in cui vivevo poteva essere ovunque. Non aveva vista, non aveva un odore. C’erano un letto, una sedia, un armadio, un tavolo. Le pareti erano chiare e ruvide. Fuori c’era un fuori qualunque, senza rumori particolari. Il centro era lì dentro, perché lì arrivavano loro. Cominciarono a venire senza annunciarsi, la porta si apriva e qualcuno entrava. Non bussavano e io non chiedevo chi fossero. Avevano la sicurezza di chi sa già di non essere rifiutato. Guardavano in giro per pochi secondi, vedevano me, mi misuravano. A ogni passo verso di me capivano subito che tipo ero.
«Fa freddo» disse una volta una donna. Aveva il volto bruciato dal gelo.
Aprii l’armadio e tirai fuori un maglione pesante. Era uno dei pochi belli che avevo. Non ci pensai e glielo porsi.
«Tieni.»
Lo indossò davanti a me, le maniche le coprivano le dita e pareva lungo quanto un abito. Uscì senza dirmi grazie, lasciando entrare il freddo. Poi la porta si chiuse e fu di nuovo silenzio. Silenzio e freddo. Mi sdraiai sul letto e rimasi a guardare l’armadio aperto. Era più vuoto di prima, non mi dispiacque. Vedevo lo spazio e mi sembrava solo più ordinato, pensai che era meglio che quel maglione fosse addosso a quella donna piuttosto che fermo lì. Andava bene così.
Dopo quella visita arrivarono più persone. Non erano sempre le stesse, c’erano volti che non avevo mai visto e volti che forse avevo intravisto altrove, senza ricordare dove. Non portavano mai nulla, prendevano e basta. Io avevo sempre qualcosa che poteva servire.
«Hai una sciarpa?»
«Sì.»
La davo.
«Hai delle scarpe?»
«Sì.»
Le davo. Non tenevo conto di ciò che usciva, né della mia pelle che tremava. A volte quelle persone parlavano tra loro mentre erano lì.
«Lui dà sempre» disse un uomo una volta. «È buono.»
Lo disse senza enfasi, mi rimase piantato nel petto. Non perché volessi riconoscenza, era perché avevano visto una cosa di me e l’avevano detta. Era esatto. In quel momento mi sentii pieno, anche se avevo molte cose in meno. Presi ad anticipare, non aspettavo più che chiedessero, non aspettavo che venissero. Uscivo in strada e se vedevo qualcuno bagnato regalavo la mia coperta. Se vedevo qualcuno che tremava, allungavo un cappotto. Quando restavo a casa tenevo la porta socchiusa per sentire i passi nel corridoio e tossivo quando le voci passavano. Non perché stessi male, era per farmi notare. Una volta sentirono, entrarono, presero due cose e se ne andarono. Ne parlarono lì vicino.
«È uno che c’è sempre.»
«Sì. È un brav’uomo.»
Bravo. Non era saporito come buono, ma riempiva comunque la mia bocca.
Ogni tanto, quando qualcuno prendeva qualcosa e fingeva di non vedermi, mi avvicinavo di mezzo passo, giusto per farmi vedere meglio. Non chiedevo grazie, bastava un sorriso. Bastava sentire che mi avevano visto, vedere quella striscia di calore che nasce e poi sparisce. Mi bastava. Poi i vestiti finirono, salvo quelli che indossavo. Mi dissi che forse si sarebbe fermato tutto. La stanza non aveva più niente di utile, a parte me. Pensai che avrebbero smesso di venire, ma io avevo ancora tanto da dare. Loro lo sapevano, e non smisero. Un giorno entrarono in due. Uno restò sulla soglia, sembrava reggersi allo stipite, l’altro venne verso di me come a controllare la merce.
«Hai dato tutto» disse.
«Quasi» dissi io.
Mi guardò dritto in faccia, con un’attenzione inquieta, come chi guarda una cosa intera e cerca i pezzi che si possono ancora smontare senza rischiare di romperla.
«Che begli occhi che hai. Mio fratello, laggiù, è cieco» disse.
Non lo disse con desiderio, non mi chiese nulla. Però se per lui era importante, potevo farlo. Se gli avessi dato gli occhi, forse avrebbe detto a qualcuno che avevo fatto una cosa grande. Mi sedetti sulla sedia, non mi legò, restavo fermo. Tirò fuori un cucchiaio dai bordi rovinati. Non era sporco, era solo un po’ opaco. Il dolore fu breve, un fuoco e un vuoto. L’aria entrò nelle orbite e fece male per qualche secondo, poi sentii qualcosa di morbido al posto degli occhi. Non vedevo più, ma sentivo i due uomini muoversi all’interno della mia stanza.
«Così va bene» disse il primo.
«Grazie» disse l’altro.
«Figurati» dissi.
Lo dissi come sempre, era la mia parola per chiudere. Figurati, non è niente. La dissi anche perché mi piaceva l’effetto, era una parola da persone buone e io volevo essere quello. Restai seduto, non vedevo la stanza ma la conoscevo, potevo arrivare al letto contando i passi. Lo feci, mi sdraiai. Il buio era più pieno di prima.
Da quel giorno le richieste cambiarono. Nessuno chiese più vestiti, non ne avevo. Cominciarono a chiedere parti di me.
«La pelle è intatta» disse una donna. La riconobbi dalla voce, era venuta altre volte.
«Sì» dissi.
«C’è chi si ustiona» disse lei.
Annuii. Se serviva pelle e la mia era buona, era giusto donarla. Sentii le sue dita segnare i punti, una penna fredda tracciare un percorso. Qualcun altro tagliò. Non fu brutale, fu lento e appagante. Strapparono la pelle come si stacca un’etichetta adesiva, facendo attenzione a non lasciarne indietro dei pezzi. Bruciò per poco, poi arrivò l’aria. Poi un panno umido. Mi lasciarono così, con le braccia fresche.
Ogni volta che toglievano qualcosa restavano un po’. Si guardavano intorno anche se ormai non c’era molto da guardare. Forse guardavano me, forse pensavano che ero bravo e buono, e utile. Mi piaceva immaginarli fuori da lì a raccontarlo. A casa, ai loro figli, al lavoro, per strada.
«C’è un uomo bravo e buono che aiuta tutti.»
Lo immaginavo mentre lo dicevano. Non sapevo a chi, ma lo immaginavo e ci stavo bene. Continuavano a portarmi via scampoli di pelle. Mi coprivano con teli bagnati, li cambiavano spesso. Non era cura, lo facevano per non rovinare ciò che restava da prendere. Lo capivo e mi andava bene. Arrivò uno che non avevo mai sentito, restò sulla porta. Non parlò subito. Sentivo i suoi occhi addosso, pesavano. Avanzò e si fermò vicino al letto. Aveva un respiro pesante. Si schiarì la voce.
«È vero che non dice mai di no?»
«È così» rispose un altro di cui non mi ero accorto.
«Allora è dei nostri» disse il primo.
Mi piacque quella frase. Dei nostri. Non sapevo chi fossero loro ma andò bene lo stesso. Stare con qualcuno, anche solo in una frase, faceva piacere.
Una volta successe una cosa nuova. Ero stanco, avevano lavorato a lungo sulla pelle delle gambe. Entrarono in due, uno mi toccò le spalle.
«Ancora un po’» disse.
Mi uscì un «no» senza forza. Mi restò appiccicato alla bocca asciutta. L’altro lo sentì.
«Che ha detto?»
«Niente. È calmo» rispose il primo.
Provai a ripetere, aprii la bocca, non arrivò niente. Mi venne incontro una parola gentile.
«Figurati.»
Fu come uno sbadiglio, uscì da solo. Loro si misero al lavoro, io lasciai fare. Mi consolai pensando che se lavoravano nonostante le mie condizioni, doveva servire davvero. Ero necessario. Il pensiero fece passare la stanchezza e il dolore.
«I muscoli qui sono ancora forti» disse uno, toccando le cosce.
«Sì» dissi. «Ho sempre camminato.»
«Ce n’è uno che non cammina» disse lui. «Gli farebbero comodo, muscoli così.»
Non chiesi chi fosse, non mi serviva e non mi interessava. Se c’era qualcuno che non camminava e io avevo gambe abili, la cosa era decisa. Mi misero in posizione, mi reggevano loro. Sentii tagliare, sentii tirare, sentii il rumore sordo delle forbici. Ogni pezzo se lo passavano con attenzione, lavoravano in silenzio, di mestiere. Mi fasciarono. Li sentii accanto a me per qualche secondo, poi di nuovo il silenzio.
Dopo quei tagli mi mossi meno, dovevo aspettare che qualcuno mi spostasse. Non lo vissi come una perdita, era una conseguenza. Quando dai via quello che ti regge, poi hai bisogno che ti reggano. Cercai io le occasioni, chiedevo a chi usciva dalla mia stanza di lasciare la porta aperta. Quando sentivo passaggi, mi schiarivo la voce. Se qualcuno entrava e restava vicino, alzavo la mano e la lasciavo cadere. Capivano che ero pronto. Chiedevano. Serviva un altro lembo di pelle, un tendine, un nervo. Io dicevo sì e quando finivano capivo che avevo fatto bene. Una volta sentii uno dire che senza di me non ce l’avrebbero fatta, disse che ero prezioso. Quella parola mi fece battere forte il cuore per un minuto. Prezioso.
Capitò che una coppia arrivasse insieme, parlavano a bassa voce. Uno posò la mano sul tavolo, l’altro si avvicinò al letto.
«Non sappiamo se è il momento giusto» disse.
«Ditemi voi» dissi io.
Stettero zitti e il silenzio della stanza parve crescere. Sentii il panno bagnato tracciarmi la spalla. Il taglio fu pulito, presero poco e andarono via in fretta. Non dissero grazie, però nel corridoio uno sospirò e disse che ero stato d’aiuto. Me lo ripetei fino a sera.
Passò tempo. Vennero di meno, perché c’era sempre meno da prendere. Quello che restava erano le parti che tengono insieme tutto. Tendini, legamenti, cose che non si vedono. Un giorno arrivarono in due e non persero tempo.
«Oggi facciamo quelle» disse uno. Capivo che indicava le braccia.
«Va bene» dissi.
Mi girarono piano, mi misero alcuni panni sotto. Lavorarono senza fretta, tagliarono i legamenti delle spalle, poi quelli dei gomiti. Ogni volta che staccavano qualcosa sentivo un piccolo schiocco. Ebbi la tentazione di dire basta. Mi si fermò sulla lingua, non uscì. Mi ricordai di come mi avevano chiamato la sera prima, una brava persona. Lasciai stare. Quando finirono ero ancora intero, ma non avevo più forma. Se mi sollevavano, mi piegavo. Se mi appoggiavano, seguivo la linea di quello che avevo sotto. Non ero più uno che si alza, ero una cosa che si mette dove serve. Da lì in avanti sentii molto di più gli odori. Senza la pelle a coprire, senza il corpo impegnato a muoversi, tutto arrivava diretto. Sentivo le scarpe sul pavimento, il sapone, il metallo. Una volta sentii anche l’odore grasso di qualcosa mangiato da poco. Restò nell’aria un poco e se ne andò. Poi, una notte più silenziosa delle altre, arrivò un odore diverso. Non era sapone, non era disinfettante, non era sangue. Era più pieno, denso. Mi ricordò qualcosa di lontano e buono ma non riuscii a dargli un nome, lasciai che si sistemasse nella stanza. Era caldo. Si infilava nelle cavità del viso, nella bocca. Mi venne fame anche se da tempo non mangiavo davvero. La fame era nella testa. Il giorno dopo l’odore fu più forte. Non era più un sentore, era vicino, penetrante. Sentii anche un rumore, un ribollire lento e regolare. L’acqua che prende aria e la lascia andare piano. Veniva da sinistra, dove prima non c’era niente. Avevano portato dentro qualcosa. La porta si aprì, entrarono due uomini che portavano qualcosa di pesante, lo capii dai passi. Lo appoggiarono su una superficie. Il ribollire si fece netto, il vapore venne verso di me. Mi scaldò e inumidì il viso. Dentro c’era cipolla e altra roba semplice. Carote, forse. La base però erano ossa. Lo capii quando iniziarono a parlarne.
«È venuto scuro» disse uno.
«C’erano le sue di ieri» disse l’altro. «Hanno dato sapore.»
Rimasi fermo. Dovevo mettere in fila i fatti. Ieri avevano staccato altri pezzi dalle braccia, li avevano messi da parte. Avevo sentito il rumore secco. Non avevo pensato al dopo. Io non pensavo mai al dopo, davo e basta. Adesso sapevo. Con le mie ossa stavano facendo il brodo. Non mi sentii tradito perché non avevamo mai parlato del dopo. Io avevo dato, loro stavano usando. Era logico, anche giusto. Buttare via le ossa sarebbe stato uno spreco. Il brodo nutre e qualcuno lo avrebbe mangiato. Qualcuno avrebbe detto che era buono. Forse qualcuno avrebbe chiesto perché. E forse loro avrebbero risposto che avevano usato ossa buone di un’anima buona. Forse avrebbero nominato me. Non con nome e cognome. Avrebbero detto che c’era uno che aveva dato tutto. La frase mi attraversò piano e si fermò in fondo, dove di solito nasce il pianto.
Il mestolo batté contro il metallo. Un suono pieno che avvolse la stanza. Poi sentii che schiumavano la superficie. Volevano farlo venire chiaro, erano attenti anche in quello. Come quando mi fasciavano. Come quando pulivano i tagli. L’odore girava nella stanza, toccava le pareti e tornava indietro, si appoggiava su di me. Uno di loro si avvicinò al letto e mi mise una mano sulla fronte. Non c’era più pelle, era osso quasi nudo. La mano era fredda e io bruciavo.
«Sei buono» disse.
Mi uscì la risposta senza pensarci.
«Figurati.»
La dissi piano. Era la parola di sempre, il modo migliore per chiudere anche quella cosa enorme. Figurati. Non è niente. Anche se era tutto. Restarono un momento in silenzio, poi si parlarono piano.
«Lo porto giù» disse uno.
«Aspetta un poco» disse l’altro. «Lascialo andare ancora.»
Il ribollire continuò. Ogni tanto sentivo il mestolo sfiorare il fondo, sentivo lo scivolare di ossa ripulite che urtavano appena. Non era un rumore cattivo, era un suono familiare. Era casa, era domenica. Immaginavo il midollo intorbidire l’acqua, la cartilagine sciogliersi e addensare il brodo. Le piccole bolle di grasso sulla superficie. Inspiravo profondamente.
«Lo lascio qui» disse una voce.
«Sì. Più tardi passano a prenderlo» rispose l’altra.
Si mossero verso la porta. Si fermarono un attimo. Uno abbassò ancora la mano sulla mia fronte. Stesso gesto.
«Vado» disse.
«Certo» dissi.
Uscirono. La porta si chiuse piano, il rumore si allontanò nel corridoio, rimase l’odore. Restò anche il suono del ribollire, ma più lontano. Poi non lo sentii più. Dopo un poco arrivarono voci da fuori la stanza. Non capivo le parole, ma capivo il tono. Gente seduta da qualche parte, forse su panche, forse su sedie. Forse per terra. Un brusio che si apriva e si chiudeva, un cucchiaio che batteva contro un bordo. Un «è buono» detto senza enfasi. Un altro «ce n’è ancora». Un «grazie». Le voci tornarono basse e il miscuglio di suoni arrivò dentro, si appoggiò sul pavimento e scivolò verso il letto. Mi venne da sorridere. Non potevo farlo come prima però mi bastò. Pensai a tutte le volte che avevo detto sì, ripassai le frasi sentite dietro le mie spalle. È buono, bravo, gentile, prezioso. Mi bastarono. Non provai invidia per chi mangiava. Non provai rimpianto. Avevo fatto quello che volevo fare.
Il tempo in stanza si fece spesso. Mi addormentai e passai da un buio all’altro. Fui svegliato poco dopo da un rumore di passi che si avvicinavano alla porta della mia stanza. Qualcuno entrò e si avvicinò al letto. Sentii una mano accarezzarmi il ventre devastato, per poi scendere. Si fermò prima di toccarmi.
«Torno dopo» disse.
«Va bene» dissi.
Uscì. La porta si richiuse, come non succedeva da molto tempo.