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Marcio

Un racconto sulla patina di marcio che avvolge il fallimento, sulla decomposizione di un sogno lasciato a seccare come una carogna al sole.

Oil on coffee's jute sack Oil on coffee's jute sack - @massimogurnari

Un mese di aspettativa non retribuita e il desiderio di scrivere il mio primo romanzo. Una valigia leggera, un sogno pesante. Ho iniziato a cercare una baita in montagna dove sparire. Lontano dal lavoro, lontano dalle persone, speravo di scrivere. In città non ci riesco mai. Una casetta piccola, di legno, in alto. Niente internet. Nessun rumore. Solo io e la speranza di trovare qualcosa.

Il primo giorno è andato bene. Ho acceso il camino, fatto una passeggiata, letto un po’. La sera ho mangiato pane e formaggio. Una toma comprata in un negozio giù in paese. Aveva muffa che sembrava barba, ma l’ho mangiata lo stesso. Poi ho preparato il letto e l’ho spostato accanto al camino, e ho dormito.

La prima mosca l’ho vista la mattina dopo, sul vetro della finestra. Lenta, mezza addormentata. Sembrava sazia. L’ho presa con la tecnica che avevo imparato durante le lunghe estati al mare da mia nonna. La mano che si avvicina lentamente, da dietro. Uno scatto veloce che la intrappola e la stritola.

La seconda è arrivata mentre facevo il caffè. Mi si posava in testa con insistenza, come per vendicarsi. Sarà per i resti di cibo che ho lasciato sul tavolo, ho pensato. Farò più attenzione. Dopo un balletto durato qualche minuto ho spazzato via anche lei.

La terza è arrivata mentre pranzavo. La barba sul formaggio era cresciuta e la mosca si posò proprio lì.

Poi la quarta. Ho chiuso le finestre e mi sono assicurato che non ci fosse spiraglio attraverso cui potessero passarne altre.

Quella notte ho dormito male e sognato tanto. Forse per colpa del formaggio. Ho sognato qualcosa che non ricordo. Un forte ronzio, forse. Mi sono svegliato sudato e con una mosca sul labbro superiore. Mi ha spaventato. L’ho sputata via. Ho acceso l’abat-jour sul comodino. Altre tre volavano ordinate intorno alla lampadina, sembrava una coreografia. Non ho più dormito.

Il giorno dopo ho deciso di fare pulizia. Ho svuotato la spazzatura, pulito le superfici. Ho controllato frigo e credenza. Niente carne, nessun dolce, niente che potesse attirarle. Eppure ce n’erano almeno otto. Le contavo e le schiacciavo una dopo l’altra. A volte restavano vive, mezze rotte. A volte roteavano su se stesse. Pensavo al dolore che provavano e le finivo sotto la suola della mia ciabatta. Mi sentivo male e poi bene. Ho cominciato a tenerle d’occhio. Una si era infilata in un interruttore, un’altra sotto la guarnizione del frigorifero. Una nel lavello, annegata. Le ammazzavo. Sempre. Poi ne arrivavano altre.

È passata una settimana, forse meno. Non ho più acceso il camino, l’odore mi dava fastidio, un misto di bruciato e carne rancida. Il romanzo è rimasto dentro la testa a marcire, come la toma nel frigo. Ho provato a dormire con il sacco a pelo in terrazza, ma anche lì, ronzavano. Le sentivo dentro le orecchie. Una mi è entrata nel naso. Ho quasi vomitato. Ho smesso di cucinare. Mangio ceci in scatola senza nemmeno scaldarli. Apro, mangio. Poi pulisco subito. Ma non cambia niente. Le mosche aumentano.

Ho guardato lo specchio, mi sono fissato a lungo. Avevo delle ombre sotto gli occhi, le labbra secche e la pelle… non so. La barba era cresciuta, sembrava quella del formaggio. Forse ho qualcosa. Sto male, ho pensato. Non nella testa. Nel corpo. Magari mi si è rotto qualcosa dentro. Il fegato. Lo stomaco. E loro lo sentono, sentono che sto andando a male.

Le mosche sentono.

Ne ho trovata una in un cassetto, dentro una maglietta. Un’altra l’ho vista infilarsi nella presa della corrente. Quando la sera ho acceso la luce, è saltato tutto. Buio. Solo il rumore delle ali.

Mi sono chiuso in bagno e le pareti tremavano. Le sentivo sotto le mani, ovunque mi appoggiassi. Il ronzio era così forte che mi vibrava tra i denti. Ho sputato nel lavandino e c’era sangue. Sangue e una zampa nera.

Stanotte ho sognato la mia professoressa di italiano, quella che mi diceva che sapevo scrivere. Ora mi guardava senza occhi, due cavità nere e fredde. Non ha detto niente. Aveva la faccia gonfia, le guance sembravano piene d’acqua sporca. Le volavano mosche intorno, una le usciva dall’occhio. Il viso era immobile, a parte un sorriso appena accennato.

Quando mi sono svegliato ho visto alcune mosche sulla tastiera del computer. Lasciavano le loro impronte su uno spesso strato di polvere. Le ho lasciate fare.

Non esco più. Mi sono chiuso dentro, ho inchiodato le finestre. Ho smesso di mangiare da qualche giorno, ma loro arrivano lo stesso. Credo che non vengano da fuori. Inizio a pensare che vengano da me.

Da dentro.


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